Questo che ci è dato vivere è il tempo in cui la poesia, lentamente, scompare dai nostri orizzonti. Il tempo in cui diventa distante. Aliena. Lontana Anni Luce. Il tempo in cui il linguaggio viene drenato dalle emozioni, senza mediazioni, e vomitato su Facebook e Twitter nella nuova industria culturale della rabbia, dell’insulto, dell’indignazione senza progetto, della “condizione di eterno precariato emotivo necessaria per sentirsi parte centrale del mondo”.

Ecco perché qui ci piace parlare, ancora, di Poesia. Nel caso specifico di una mini-silloge pubblicata nella collana “Scintille” di Matisklo Edizioni, composta da quindici brani il cui tema portante – che fa da filo conduttore all’intera opera – è la lontananza, intesa sia come lontananza fisica (nello spazio e nel tempo), sia come lontananza dell’autore da una serie di costumi ed abitudini di una società nella quale fa fatica a riconoscersi.

Vi presentiamo “Anni Luce”. Lui, l’autore, è Carlo di Francescantonio, e se ricordate bene l’avevamo già incontrato qualche mese fa per parlare di “lupi”.

Carlo, Anni luce rimanda immediatamente a una parola: distante. Distante da cosa?
Da un certo modo di fare libri. O da come gli editori vorrebbero che venissero fatti. Ho la piena consapevolezza di questo “limite” e non ne soffro. Anzi, per me, essere lontano da questo coro e confermarlo ad ogni pubblicazione è come vincere un importante riconoscimento letterario. A tal proposito ti racconto un episodio: anni fa ho avuto un dialogo con una persona con la ferma convinzione che uno scrittore deve saper scrivere e descrivere tutto. Ricordo benissimo il suo: “Sei uno scrittore? Devi saper scrivere tutto!”. Questa affermazione, in tutta la sua idiozia, mi ha lasciato senza parole. Era così chiusa, e priva di senso, da risultare quasi offensiva.

Perchè?
Perché uno scrittore segue solo il suo “sentire”. Scrivere non è gioco, non lo si può fare per hobby o per rilassarsi. Invece farlo realmente, a costo di sacrificarsi, senza progettare successi o favori del pubblico, senza pensare a costruirsi un paracadute, è il gesto più irrazionale e irresponsabile che si possa commettere. E non tutti sono portati per farlo realmente, per questo non tollero la faciloneria alla quale l’attuale società ci ha abituati.

Quali sono i costumi e le abitudini da cui ti senti distante anni luce?
Oggi tutto viene presentato come facile, possibile da raggiungere e avere. Oggi tutto è vanità, possesso, individualismo, aggressività. Chiunque è un creativo, un artista. Siamo di fronte a una sconfinata competizione che non porta da nessuna parte se non a solitudini sempre più acute. Le persone si muovono come agenti di vendita, che devono imporre la loro presenza, il loro prodotto, uno status da vincenti. E invece a me fa piacere perdere. Amo fare i conti con i miei limiti e sentirmi vulnerabile, come è giusto che sia per la specie umana. Oggi questo non sembra più possibile.

Quindi questa distanza è più la conseguenza di una fuga o di un esilio?
Né l’una né l’altro. Si tratta di consapevolezza della propria collocazione. Io sono questo, sono sempre stato questo.

Senti oggi di appartenere a qualche “patria”, sia essa una corrente poetica, spirituale, politica, o quella sensazione di distacco che traspira dalle tue poesie, e a volte di nostalgia per qualcosa di non ben definito, è la consapevolezza di essere diventato apolide?
Non ho mai provato affezione per i luoghi “geografici” e nemmeno per le “correnti” d’aria. Mi piace riconoscermi nell’idea di essere un ospite del tempo, di un tempo – se vuoi puoi chiamarlo vita – che mi è stato dato senza essere a conoscenza della sua natura e durata. Questa consapevolezza, con il passare degli anni, mi ha spinto a non distarmi più su argomenti che non incontrano il mio interesse. Sono diventato più selettivo, severo.

Il tuo linguaggio poetico è radicalmente semplice. E’ un contrappeso meditato a una distanza che rischia di apparire alterigia?
Non ho mai pensato a questo. Il linguaggio è l’arma più efficace che ha l’individuo. Lo si usa comunemente, lo si può tenere in superficie oppure portarlo in acque profonde, è flessibile, può esplodere in altro o implodere dentro se stesso. Personalmente non presto mai attenzione alla forma. Invece penso al contenuto, al messaggio, a come farlo arrivare anche a costo di essere disturbante – in passato lo sono stato parecchio – o volgare oppure più intimo come oggi con Anni luce. Scrivere è sempre una ricerca, un misurarsi con se stessi, un tentativo di superarsi. Non sono un accademico o un tecnico che “costruisce” il libro ma un autore che vive l’emotività e, prima di tutto questo, un essere umano, con i suoi limiti, mancanze, inquietudini, ma con una capacità espressiva che sembra non volermi abbandonare e che mi spinge a fare esattamente quello per cui sento di essere qui.

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