Perché gli accorpamenti dei comuni sono necessari. Anche nel Tigullio.

La domanda è tanto semplice da suonare retorica: quanto costano al contribuente gli oltre 8.000 comuni italiani e quanto costerebbero, in meno, se con un decreto di accorpamento fossero ridotti a meno di 1.000? Parecchio, questo è certo. E qualcuno, infatti, ha iniziato a capirlo. Parliamo dei trentini, che nel mese di giugno, tramite referendum consultivi, hanno ridotto di 39 unità il numero dei piccoli comuni della loro provincia.

La notizia, passata su tutti i media nazionali, appare rilevante anche per il Tigullio, dove c’è chi ha già iniziato a spingere per i primi accorpamenti. E’ il caso della Val Fontanabuona. Qui un Comitato, quello dei Non Morti, ha lanciato l’idea del Comune unico dimostrando di comprendere quanto sia importante razionalizzare le (poche) risorse in mano agli enti pubblici e agire uniti nei confronti degli enti superiori.

Sulla costa, purtroppo, le cose vanno diversamente: a Portofino, meno di 500 abitanti censiti e servizi pubblici quasi azzerati, si alzano da sempre incomprensibili barricate di fronte all’ipotesi di accorpamento con Santa Margherita Ligure, dove a essere mal digerita sarebbe un’unione con la vicina Rapallo.

Alle dichiarazioni d’intenti sulla necessità di agire comprensorialmente, nel Tigullio Occidentale, non seguono i fatti: i buoni rapporti fra le attuali amministrazioni di queste località non bastano a fare rete. A integrare le diverse politiche turistiche, per esempio.

Oltre ai calendari di eventi sovrapposti, un case history su tutti può chiarire il problema: cosa aspettano Rapallo e Portofino a collegarsi all’apprezzatissimo servizio di bike sharing istituito tre anni fa da Santa Margherita Ligure in collaborazione con Camogli e l’Ente Parco? Ecco, chiari e palesi, gli esiti della mancanza di un’unica strategia viabilistica: minori servizi e minori opportunità per noi tutti. Residenti e turisti.

Rispetto al passato, i tempi non consentono più una gestione approssimativa o amatoriale della cosa pubblica. Serve un salto di qualità, culturale e amministrativo. L’era dei tavoli e della concertazione, rivendicata a ogni piè sospinto ma mai iniziata davvero, deve essere superata da una vera e propria politica di accorpamenti.

Un’ipotesi di lavoro potrebbe essere tratta dai distretti socio-sanitari istituiti dalla Regione nel 2006 (si veda l’immagine in apertura) per la gestione integrata delle funzioni sociali complesse e di secondo livello. In base a questo schema, il Tigullio verrebbe suddiviso in soli tre comuni: Tigullio occidentale (Rapallo), Città dell’Entella (Chiavari), Tigullio Orientale (Sestri Levante).

I vantaggi degli accorpamenti sarebbero soprattutto due:

1) La possibilità di nuove economie di scala

Quanto costa, oggi, avere in ogni piccolo comune un dirigente d’area per ogni settore d’intervento, un comando di vigili urbani, ma anche un Sindaco, una Giunta e un Consiglio Comunale con i relativi oneri? Quanto costa, ogni manciata di abitanti, garantire il funzionamento di un apparato burocratico sempre più complesso? A quanto ammonterebbero i risparmi, che potrebbero tradursi in meno tasse o maggiori investimenti sul territorio, passando da oltre trenta comuni a tre?

2) Maggiore efficacia dell’azione amministrativa

Esemplificativo, ancora una volta, è il turismo. Dalla vecchia Azienda di Promozione Turistica all’ STL “Terre di Portofino”, sono numerosi i fallimenti in cui la politica è incorsa nel tentativo di integrare la promozione territoriale, rimasta di fatto in mano ai Comuni e piegata ai capricci di ogni singola amministrazione e ai consistenti limiti d’azione e di spesa di ogni singolo ente.

Si obietterà che accorpare i comuni potrebbe privare molti cittadini di un insostituibile presidio, ma nulla vieta di mantenere uffici distaccati nei municipi soppressi (o in alcuni di essi) per facilitare le persone nell’esercizio di diritti e doveri, così come nulla vieta di mantenere e valorizzare con ancora più forza il folklore nato all’ombra del “campanile”.

La proposta, purtroppo, rischia ancora oggi di cozzare con una diffusa ostilità al cambiamento; con una mentalità che affonda in un ultra-localismo incapacitante – ben diverso da un autonomismo serio, maturo e consapevole – tanto ben disposta all’immancabile “mugugno” nei confronti di servizi non all’altezza delle aspettative quanto restia a immaginare un futuro concretamente diverso.

Ma possiamo ancora permettercelo? Possiamo ancora proseguire nell’ipocrisia di additare il “nordico” Trentino a esempio di civismo per poi fare l’esatto contrario in nome di una malintesa specificità?

G.m. B.

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