verena vaccaroSi chiamano makers. Spesso sono giovani, ancor più spesso donne. Amano sognare e trasmettere le proprie visioni alle mani, in una corrispondenza d’amorosi sensi tra fantasia e tecnica, immaginazione e abilità che partorisce oggetti unici: abiti, accessori, gioielli, oggetti di design. Credono in un mondo a misura d’uomo, lavorano da casa, vendono sul web (esplorando canali di e-commerce ancora ignoti a molti commercianti tradizionali, che ignorano gli step di crescita di circa il 10% annuo delle vendite on line), si incontrano durante Fiere ed Expo, come quello della Fontanabuona.

Sono una comunità tenuta insieme da una vera e propria cultura: l’hand made, un lifestyle sobrio ma tenacemente dedito alla bellezza e all‘originalità.

Verena Vaccaro, genovese, è una maker, “una persona – ci dice – che pensa, progetta e produce, una mamma che si sta creando un piccolo spazio lavorativo, ideando oggetti e accessori con filati e tessuti”.

Quando hai scoperto questa passione? E come l’hai coltivata?
Sono “figlia d’arte”: sia mamma che nonna e bisnonna hanno sempre fatto dei meravigliosi lavori manuali; io sono partita dal ricamo semplice e ora sono due anni che mi sbizzarrisco con l’uncinetto, ma rispetto alle mie antenate ho ancora tantissima strada in salita da fare! Creo soprattutto gioielli, ma non mancano gli accessori in lana come sciarpe e cappelli. Faccio molta ricerca prima di presentare un prodotto, cerco di non essere banale e soprattutto evito di ripresentare cose viste e riviste. Anche per questo i miei sono per lo più pezzi unici.

Sul tuo blog parli di cultura handmade e lasci intendere spesso di appartenere a una comunità. Come si diventa maker? Che tipo di legame esiste tra di voi?
Maker si nasce: puoi sviluppare la passione a 15 come a 50 anni ma è una cosa che hai dentro. Ho sempre pensato che chi fa un lavoro con passione , lavora meglio di chi lo fa “per forza”. Puoi essere un cuoco, ma se non hai la passione di cucinare non avrai lo stesso successo di chi in quel lavoro ci mette l’anima fino ad annientarsi e ad essere tutt’uno con la sua professione. In questo la cultura handmade insegna moltissimo: chi pensa, progetta e produce con la propria testa, cuore e mani , conosce il valore del lavoro, impara ad evitare gli sprechi, a scegliere bene e a spendere il giusto. La nostra Economia deve ripartire da qui. Il consumismo ci ha rovinati, non ragioniamo più sul valore del lavoro ma sul prezzo, e più il prezzo è basso più si compra, si spreca e  si favorisce lo sfruttamento di manodopera. Bisogna ricominciare ad apprezzare la bellezza di un vestito cucito dalla sarta, a comprare materie prime nei mercati per trasformarle in oggetti unici nel loro genere; vuoi mettere indossare un abito che hai solo tu? In questo noi makers ci aiutiamo molto: con Etsy prima e A Little Market poi, abbiamo creato una nostra comunità dove ci scambiamo consigli sui prodotti, sui mercati, sulle fiere. E si, anche sulle persone da evitare come i copioni dei mercatini, sempre in agguato.

Dove produci i tuoi oggetti e dove è possibile trovare i tuoi prodotti?
Lavoro prevalentemente in casa, ma data la piccola quantità di materiale che serve, ogni posto è buono per lavorare, perciò la mia borsa è sempre piena di gomitoli e uncinetti “che non si sa mai” . Puoi visionare i miei prodotti e le foto dei work in progress sulla mia pagina Facebook VereV – Crafts Accessories – e nello shop online verev.etsy.com

Parliamo di futuro: a cosa stai lavorando in questo periodo?
Ora, in veste di rappresentante regionale, sto organizzando un evento per A Little Market che terremo il 25 ottobre a Genova; il programma è ancora top secret ma parleremo di handmade di qualità! Per quanto riguarda i prossimi appuntamenti, stiamo valutando, insieme alle mie compagne Artigianaute, un temporary shop tutto nostro come quello aperto a giugno a Sestri Levante: un’iniziativa che ci ha dato un sacco di soddisfazioni!

Hai un sogno nel cassetto?
Si, ce l’ho, ma se lo dico e poi non si avvera?

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